C’è un forte legame tra i polacchi e gli italiani. Si chiama włoszczyzna

C’è qualcosa che unisce in modo particolare i polacchi agli italiani. Si tratta di un mazzetto di vegetali: 3-4 carote, 2-3 radici di prezzemolo, 1/4 di sedano rapa, 1/8 di verza, un porro, due piccole cipolle.

Questa composizione è chiamata in Polonia włoszczyzna, per ricordare i legami polacco-italiani di lunga data, e in particolare la regina Bona Sforza d’Aragona, che nel 1518 sposò a Napoli (per procura) il re polacco Sigismondo I, detto il Vecchio, diventando così regina consorte di Polonia e granduchessa di Lituania. Il soggiorno di circa quaranta anni di questa nobildonna italiana nell’Unione polacco-lituana, che all’epoca era uno dei più grandi paesi d’Europa, sconvolse la mentalità polacca lasciando un segno nella sua storia e nella sua cultura. Con la regina Bona, alla corte di Wawel a Cracovia, entrarono i gusti e le eccellenze italiane con dei nuovi alimenti, nuove ricette gastronomiche e nuove abitudini.

Non possiamo dire esattamente cosa Bona abbia importato in Polonia. Non ci sono fonti storiche che ci permettono di esplorare quest’aspetto culinario e culturale. Sappiamo solo – sulla base della contabilità della corte di Wawel esaminata dagli storici – che le spese della padrona di casa italiana erano di un terzo superiori a quelle del marito polacco, anche se lei aveva un minor numero di cortigiani e non erano a suo carico i ricevimenti di Stato. Bona Sforza prestava semplicemente maggiore attenzione alla qualità del cibo di suo marito, delle sue tre figlie e del figlio prediletto Sigismondo Augusto. In tutti gli anni passati in Polonia non rinunciò mai alla dieta mediterranea impressa nel suo DNA, e così al castello di Cracovia arrivarono le prelibatezze italiane, come il vino, le spezie e soprattutto le verdure e la frutta, in particolare olive, agrumi e fichi.

Il falso mito della włoszczyzna

Ma cosa significa in lingua polacca questa parola strana e impronunciabile, che da sola contiene ben quattro consonanti in fila (szcz,) e tre lettere (w, ł, y) assenti dall’alfabeto italiano? In polacco, włoszczyzna è “qualcosa d’italiano”. L’etimologia della parola proviene anche da włosy, che significa “capelli”, ma di questo parleremo più avanti.

In Polonia si pensa che proprio la regina Bona avesse importato in questo paese, nel cinquecento, la radice di prezzemolo e del sedano rapa, la verza, il cavolfiore, il porro, l’insalata e tante altre verdure. Perciò il mazzetto di vegetali venduto in ogni negozio polacco è chiamato comunamente włoszczyzna.

Ma si tratta di un equivoco e di un falso mito. Lo conferma Jakub Janicki – uno storico polacco, giornalista e autore di diversi libri – nel suo articolo „Czy Bona Sforza naprawdę sprowadziła do Polski kapustę i kalafior?” (Bona Sforza aveva veramente importato in Polonia il cavolo e il cavolfiore?), pubblicato sul portale ciekawostkihistoryczne.pl. Janicki sostiene infatti che in Polonia: “I cavolfiori e i cavoli si mangiavano già all’epoca degli Jagelloni”, che era una dinastia reale originaria della Lituania, discendente dai Gediminidi, che regnò in diversi paesi dell’Europa centrale tra il XIV e XVI secolo (in Polonia tra il 1386 e il 1572).

Prima dell’arrivo della regina Bona, a Cracovia viveva una comunità italiana abbastanza numerosa, composta principalmente da mercanti, medici, artisti e artigiani. Il commercio tra la penisola appenninica e i territori abitati dalla tribù slava dei Polani durò per secoli grazie all’esistenza della Via dell’Ambra, attraverso la quale il “Made in Italy” (spesso rappresentato dal vino e dalle spezie), veniva scambiato con le pellicce e appunto l’ambra, definita l’oro del Baltico.

Tra il Sud e il Nord d’Europa è sempre esistito un vivo scambio scientifico e culturale. I nobili mandavano i loro figli a studiare in Italia e quelli, al ritorno, portavano con sé doni per la famiglia, tra cui tante bontà enogastronomiche per le quali l’Italia era famosa.

Niccolò Copernico, personaggio rinascimentale estremamente talentuoso, aveva trascorso quattro anni in Italia per i suoi studi, tra cui anche quello di medicina a Padova, dove fu mandato allo scopo di diventare poi in patria il medico ufficiale dei vescovi di Varmia. Aveva vent’anni più di Bona Sforza e sappiamo che si tenne in contatto con Jan Benedykt Solfa (un altro polacco laureatosi in medicina in Italia), medico curante di suo marito e di suo figlio. Pensate che la dieta mediterranea non li abbia influenzati nella loro attività terapeutica svolta in Polonia? Il grande astronomo polacco, colui che “fermò il Sole e fece girare la Terra”, portava spesso soccorso a coloro che soffrivano di dolori addominali. Il gonfiore del ventre e la costipazione erano malori molto frequenti…

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L’italiana che mangia male…

Sigismondo I era un sovrano illuminato, anche lui figlio del Rinascimento, amava l’arte e la scienza. Era anche un marito premuroso e non voleva far mancare niente alla sua giovane moglie straniera. Il loro banchetto matrimoniale a Cracovia, che durò più di due giorni, passò alla storia per la sua sontuosità. Il corteo nunziale della sposa contava oltre 10 mila persone, di cui 1500 cavalieri ed era composto da ambasciatori imperiali e reali, aristocratici e alte gerarchie ecclesiastiche. Durante il banchetto furono serviti i piatti tradizionali dell’antica cucina polacca (varie carni, selvaggina, pesce, dolci), nonché prelibatezze straniere, tra cui il miglior vino d’Europa.

Tuttavia, la cucina della sua nuova patria non piacque alla regina Bona e ai suoi cortigiani (durante il suo lungo soggiorno polacco, il paese fu residenza o meta di visite di oltre mille italiani). La regina era disgustata dall’ingordigia e dall’ubriachezza della nobiltà polacca. Alla corte di Sigismondo il Vecchio, vi aveva trovato la famigerata associazione di Bibones et Comedones, capeggiata da Jan Dantyszek, Mikołaj Niprzyc, Andrzej Krzycki, Korbut Kosztyrski, Jan Zambocki. Come lo descrive Maria Bogucka nel suo libro: „Bona Sforza. Biografie sławnych ludzi” (Bona Sforza. Biografie di persone famose), il loro comportamento era veramente indegno e scandaloso.
Alla corte di Wawel i polacchi non erano entusiasti di assimilare le usanze mediterranee promosse da Bona Sforza, cioè bere vino o altre bevande alcoliche solo durante i pasti e mangiare più frutta e verdura, e non solamente carni e salse grasse. Del resto, neanche il marito Sigismondo il Vecchio e il figlio Sigismondo Augusto prestavano ascolto ai consigli della regina riguardanti la dieta. Come sappiamo, la nobildonna italiana si cibava squisitamente ma con moderazione.

I polacchi chiamavano Bona Sforza: “l’italiana che mangia male”. Deridevano la dieta mediterranea come la włoszczyzna e bollavano tutte le pietanze vegetali come “roba da italiani”… Ecco da dove nasce włoszczyzna, parola che fu impressa nella nascente lingua polacca nel cinquecento (all’epoca si parlava ancora in latino e solo alcuni poeti scrivevano in polacco) con una connotazione dispregiativa. Ma la cucina italiana comunque conquistò i polacchi più tardi…

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W come italiani

Visto che parliamo della włoszczyzna è il momento di spiegare perché i polacchi chiamano gli italiani Włosi.
Nella maggior parte dei dizionari, il nome del Bel Paese lo troviamo sotto la lettera “I” (ad es. Italia, Italy, Italien, Italie, Itàlie), come del resto il nome dei suoi abitanti (Italiani, Italianer, Italians, Italiens, Italianos, etc. ). Ma nel “Dizionario della lingua polacca” il nome proprio dell’Italia e degli italiani si trova sotto la lettera “W” (Włochy i Włosi) .
Ma perché? Molte persone davanti a questa curiosità si sono poste la domanda. “Probabilmente perché la regina Bona ha importato le verdure in Polonia e dalla parola włoszczyzna dervivano le parole Włochy e Włosi… – è una tra le risposte più comuni. Ma come abbiamo già detto, questo è un falso. La moglie di Sigismondo il Vecchio non ha introdotto nella cucina polacca né cavoli né cavolfiori, che erano conosciuti in quel paese già molto prima.
“Può essere perché gli italiani hanno i capelli ricci e folti …? Noi chiamiamo così gli italiani perché sono “pelosi” … – è l’altra risposta brillante che si sente dare in Polonia… Beh! Ci sono anche italiani calvi e, in termini di esuberanza e bellezza dei capelli, gli italiani non sono più privilegiati degli altri meridionali, come gli spagnoli o i greci.

Un noto linguista polacco, membro del Comitato di Linguistica dell’Accademia Polacca delle Scienze e del Consiglio della Lingua Polacca, il professor Jan Miodek, ha spiegato questo mistero. Nel V secolo a. C, la Penisola Appenninica era abitata anche dalle tribù celtiche dei Volsci, che hanno migrato poi nelle Isole Britanniche divenendo gli antenati dei gallesi. Il nome Włosi (italiani) entrò nella lingua polacca molto probabilmente dal tedesco, confondendosi con il nome Wałachy, con cui venivano chiamati gli avi dei romeni di oggi. I polacchi dunque chiamavano gli italiani Włosi prima dell’arrivo della regina Bona, e questa parola deriva dal latino “Volsci”.

E cosa fanno i polacchi con la włoszczyzna?

Torniamo al nostro mazzo di verdure. Nella cucina polacca da secoli è stato utilizzato nella preparazione del brodo (vegetale e con carne), che è la base di molte altre zuppe e salse. Le verdure cotte in brodo (rosół) nella vecchia cucina polacca erano utilizzate per vari tipi di ripieni. Oggi sono spesso utilizzate per le carni in gelatina e le insalate, in particolare per quella vegetale con la maionese, chiamata in Italia “insalata russa”.

Ogni paese ha i propri costumi e le proprie usanze… La Polonia è uno di quei paesi che è stato costantemente sotto l’influenza culinaria di altre nazioni e di mode enogastronomiche più o meno transitorie. Tuttavia i polacchi hanno sempre mantenuto l’identità del palato – tra tutte le cucine hanno prediletto sempre quella di casa loro, tramandata dalla nonna e dalla mamma, in famiglia.

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