I bambini di Litzmannstadt Ghetto. Il 75esimo anniversario della “grande retata”

Sono passati già 75 anni da quando Mendel Grosman, fotografo ufficiale di Litzmannstadt Ghetto, aveva scattata questa foto nei primi giorni del settembre 1942. La conosco bene questa immagine. La ho studiata come giornalista, storica dell’arte e curatrice della mostra “I bambini del ghetto di Lodz”, che si svolse a Roma nel 2009, ricevendo tra gli altri anche l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica Italiana.

Quella immagine faceva parte di migliaia di fotografie che Grosman e il suo collega Henryk Ross scattavano quotidianamente nel ghetto di Lodz per documentare la vita degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. I due fotografi riuscirono a nascondere sottoterra i negativi e diversi loro album fotografici prima che i nazisti liquidassero il ghetto deportando la maggioranza dei suoi abitanti nei campi di sterminio. Ho avuto la fortuna di guardare gli album originali, oggi non più mostrabili al pubblico per motivi di deperimento. Me li fece vedere di nascosto lo storico custode dell’Archivio Statale di Lodz, Julian Baranowski.

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Julian Baranowski, storico custode dell’Archivio Statale di Lodz

Ma cosa rappresenta e cosa nasconde questa fotografia dolce e a prima vista forse anche poco significativa?
Un bambino seduto per terra, girato di spalle, con la stella di Davide sulla giacca, che parla con il fratello, la sorella e la madre. Nei volti tristi ma tranquilli, nel clima d‘apparente normalità di questa scena c‘era qualcosa che mi inquietava, che mi „pungeva“. Un elemento mi turbava, anche se riuscivo a darmi una spiegazione: la rete metallica che divideva il ghetto dal resto del mondo divideva anche il bambino dalla sua famiglia. Questa fotografia era per me il simbolo della speranza di una fuga, di una salvezza, fino a quando Joanna Podolska, giornalista del quotidiano Gazeta Wyborcza e oggi direttrice del Centro di Memoria di Marek Edelman a Lodz, non mi raccontò la storia che c’è dietro quel frammento di realtà, fissato dalla macchina fotografica.

Mendel Grosman aveva scattata questa foto in occasione della “grande retata” (4-13 settembre 1942) – come fu chiamata l’azione preparata dagli occupanti tedeschi diretta ad eliminare dal Litzmannstadt Ghetto i più deboli ed inabili al lavoro: vecchi, malati e bambini. “La retata durò nove terribili giorni. Agli ebrei del ghetto fu ordinato di lasciare nelle mani dei tedeschi tutti i bambini piccoli: il loro tesoro. Fu ordinato agli abitanti del ghetto di rimanere a casa ed aspettare l’arrivo della polizia con l’elenco di coloro che bisognava consegnare” – così aveva descritto questa tragedia la piccola Sara Zyskind nelle sue memorie, che hanno l’importanza di testimonianza storica non minore del “Diario di Anna Frank”. Nei giorni seguenti alla “grande retata” furono spedite al campo di sterminio di Kulmhof am Ner (Chelmno sul Ner) 15 mila persone, di cui 5862 bambini sotto i 10 anni. Il capo del ghetto, Chaim Mordechai Rumkowski, si rivolse alle madri e ai padri dicendo: “offritemi i vostri bambini”. Spiegò che occorreva sacrificarne alcuni per salvarne altri…
Ecco l’amara verità. Quel bambino sulla foto con la stella di Davide che ci da le spalle è stato sacrificato per far sopravvivere il resto della sua famiglia.

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La passarella di legno nel Litzmannstadt Ghetto sulla via Zgierska

Mia nonna abitava in una casa che durante la seconda guerra mondiale confinava con il muro del ghetto. Sono cresciuta in quella casa e ho trascorso la mia infanzia giocando nei posti dove meno di quaranta anni prima succedevano i fatti descritti da Sara Zyskind e fotografati da Grosman e Ross. La mia infanzia era felice. Andavo spesso con la nonna alla bellissima chiesa neogotica dell’Ascensione della Santissima Maria Vergine, la stessa che si può riconoscere in qualche foto scattata dai due fotografi ufficiali del ghetto. Proprio nelle sue vicinanze nel 1940 furono costruite tre passerelle di legno, che costringevano gli ebrei ad oltrepassare le strade di Łódź, dividevano così i suoi abitanti che prima vivevano tutti insieme.

Sara Zyskind così ha descritto questo fatto: “Ogni tanto portavo la piccola Rysia a passeggio sulla via Zgierska, lungo il recinto di filo spinato ed attraverso la passerella che univa due parti del ghetto. Là le parlavo della piazza della Libertà, situata sul prolungamento di via Zgierska, e della statua d’un eroe polacco che i tedeschi hanno fatto saltare. Tre fabbricati più in là c’era la casa dei miei genitori dove ho vissuto così felice.
Un giorno che c’eravamo fermate sulla passerella, Rysia mi ha chiesto se gli ebrei prima della guerra erano fatti diversamente e se assomigliavano ai non ebrei.
Vedendo che non capivo il senso della domanda, s’è innervosita e ha chiesto che le dicessi esattamente com’erano fatti fisicamente i tedeschi e i polacchi. Quando le ho spiegato che non c’era alcuna differenza tra ebrei e non ebrei, ha riflettuto un attimo e poi ha chiesto: “Allora perché loro si richiudono per evitarci?”.

La foto con il ponte di legno costruito vicino la chiesa l’ho vista già nella mia infanzia, negli anni ‘70, in un libro esposto nella vetrina di un negozio di Stary Rynek, là dove durante l’occupazione c’era il cuore amministrativo del ghetto con la sede dello Jugenrad e delle SS. Mi colpì moltissimo quest’immagine perché da piccola mi sarebbe piaciuto salire su quella passerella e guardare dall’alto i tram e la gente che passava sotto. Solo quando sono diventata adulta ho capito fin in fondo i luoghi della mia infanzia. Quelle passerelle sono diventate per me i ponti della memoria…

Lodz non è una città visitata spesso dai turisti, ma è un punto importante sulla mappa dell’itinerario della memoria e della storia. Per questo ho voluto con la mia testimonianza ricordare il 75esimo anniversario della “grande retata”.

di Agnieszka Zakrzewicz

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