A cavallo in Bieszczady

Si chiamava Symbol. Mi aspettava di buonora nelle scuderie, pronto per la passeggiata giornaliera. Era uno splendido cavallo baio, grande, forte, imponente, ma nel contempo snello e veloce, felice risultato dell’incrocio tra razze polacche e arabe, come molti altri corridori degli allevamenti del Bieszczady. E Symbol era un campione, vincitore di premi importanti, le cui targhe erano bene in mostra alle pareti del suo box assieme alle foto dei suoi successi. Naturalmente il proprietario, prima di affidarmelo nei periodi dei miei soggiorni estivi a Cisna, all’inizio aveva voluto assicurarsi, non solo che sapessi montare adeguatamente, ma che fossi anche in grado di provvedere alla sua cura con amore, il che significava strigliarlo a lungo meticolosamente, sellarlo con molta attenzione (guai a sbagliare di un centimetro l’aggancio di una fibbia dei finimenti: il cavallo subito sbuffava girando il muso verso di me per fulminarmi con uno sguardo sdegnato) e poi asciugarlo per bene dopo ogni cavalcata, offrirgli della biada fresca per il pasto e, alla fine della giornata, coprirlo con una coperta pulita per la notte, il tutto parlandogli sommessamente in polacco con le parole gentili che m’era toccato imparare. Insomma un lavoro impegnativo, ma ne valeva la pena, perché quando uscivamo all’aperto per scorazzare sui monti, le sensazioni che provavo erano esaltanti: tra gli alberi Symbol procedeva al passo, sicuro ma guardingo, lasciandomi assaporare la bellezza di quella natura incontaminata, ma nelle radure pianeggianti, quando lo lanciavo al galoppo, sentivo svilupparsi sotto di me tutta la potenza della sua muscolatura, e nella corsa sembrava che diventasse più aerodinamico, più affilato, come un coltello che tagliava il vento.

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All’epoca, cioè una ventina d’anni fa, il Bieszczady, questa punta sud-orientale del territorio polacco immersa come uno sperone nei fianchi dell’Ucraina, era una regione ancora piuttosto selvaggia e scarsamente popolata: piccoli villaggi e qua e là case di legno e fattorie, con campi coltivati, maneggi e cavalli, in un paesaggio montuoso ricoperto per buona parte da foreste. Il turismo straniero era pressoché inesistente mentre quello nazionale, a parte l’escursionismo giovanile sempre molto attivo e organizzato, si fermava preferibilmente a Solina, dove sopravviveva un pensionato per vacanze d’epoca comunista e dove una grande diga formava un lago in cui potersi bagnare nelle stagioni calde. C’era anche un trenino nella regione, che nel suo tragitto di pochi chilometri permetteva ai viaggiatori di ammirare quel paesaggio straordinario.

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Lago di Solina


Oggi le cose sono cambiate, il turismo si è molto intensificato, nuovi complessi ricettivi sono sorti un po’ dappertutto; alberghi, ristoranti, bar, negozi e servizi di ogni genere sono a disposizione di villeggianti e visitatori, e anche il numero di allevamenti e strutture per l’equitazione è aumentato. Oggi si può soggiornare con tutti i confort in un buon hotel e raggiungere in pochi minuti un maneggio dove imparare a cavalcare o partecipare a passeggiate di gruppo a cavallo, al contrario di quando, arrivato nel Bieszczady, dovevo percorrere parecchia strada, dalla casa contadina nella quale avevo affittato una stanza dotata di scarse comodità, fino alla stalla di Symbol. Pure per la cena mi toccava spostarmi di un bel po’ se volevo gustare il meglio delle specialità regionali nella mia karczma preferita, anche se, invece, un’ottima vodka artigianale me la servivano nelle vicinanze in un curioso bar popolato di sculture intagliate nel legno che riproducevano mostri misteriosi e leggendarie creature delle montagne.

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“SIEKIEREZADA”, lo strano bar di Cisna

L’ho ritrovato quel bar, ritornando di recente a Cisna dopo diversi anni: nulla è cambiato del suo arredo fiabesco, solo che il locale è ormai diventato una golosa attrazione turistica ed è affollato fino a tardi. Pure le scuderie delle mie cavalcate di una volta sono sempre là, sebbene il proprietario le abbia ingrandite per tenervi più cavalli, dato l’aumento del turismo. Ma Symbol non c’è più. Restano le targhe dei suoi premi, le sue foto da campione, ma lui adesso corre solo nei ricordi. Difatti mi riappare spesso nella memoria, soprattutto la volta che, girovagando per la foresta dopo un violento temporale, ci trovammo davanti a un enorme albero abbattuto che ci tagliava la strada. Impossibile aggirarlo da vicino o scavalcarlo con un salto, perciò non restava che tornare indietro oppure proseguire con un giro più ampio ma affrontando una discesa vertiginosa lungo un crinale alla nostra destra. Era troppo ripido per avventurarcisi senza rischiare una caduta rovinosa e io d’altronde non sapevo se l’animale se la sarebbe sentita. Ci fermammo sul limite della scarpata, lui guardò in basso esitando, come se stesse valutando il da farsi mentre io lo carezzavo sul collo evitando di forzarlo. Finché fu lui a decidere. Si mosse, e a piccoli passi, prudentemente, riuscì a portarmi giù senza incidenti, dopodichè con un nitrito liberatorio si avviò di corsa a riprendere il cammino.

Sidónio do Amaral

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