La città delle fabbriche

“Cosa?! Lodz?!” – l’anziana signora polacca, incrociata a Roma giorni fa, si era mostrata stupita che io mi fossi rivolto nella sua lingua al bambinetto che accompagnava per mano, ma il suo stupore era diventato smisurato dopo aver saputo che abitavo a Lodz quando mi recavo in Polonia. “Ma è… la città delle fabbriche!” – aveva commentato con una smorfia di disapprovazione.

Sì, i polacchi non amano Lodz, per loro là non c’è niente per cui valga davvero la pena di andarci: non ci sono dei bei monumenti classici, non c’è la presenza fiabesca di un bastione, di un muro di cinta, di un castello, nessuna antica cattedrale, manca un Rynek degno di nota (la piazza del mercato: cuore dei centri storici polacchi), perché quello che c’è non è nemmeno lontanamente paragonabile ai gioielli architettonici di altre città principali, come Cracovia, Danzica, Breslavia; e non si trova nemmeno un monte nei dintorni, una collina, né un fiume, neanche una costa di mare, allora perché venire in questo piatto e insignificante posto della Polonia?

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Parata sulla Via Piotrkowska

Invece quella città continua ad affascinarmi, da una parte per quel senso di stupore e di spaesamento che mi provocano le eloquenti tracce del suo passato grandioso e terribile, dall’altra per le piacevoli condizioni di vita che offrono oggi i risultati della sua coraggiosa trasformazione e della sua capacità di rigenerarsi e riagganciarsi al futuro con un’identità nuova e moderna.

Nel passato di Lodz risalta brillante la sua funzione di polo pulsante dell’industria tessile, quando il suo territorio era segmentato da grandi e piccoli insediamenti manifatturieri, appartenenti a famiglie di culture diverse, polacca, russa, ebrea e tedesca. Le fabbriche producevano lavoro e ricchezza, ma anche un’armonia sociale, il rispetto delle tradizioni, il culto dell’arte e della bellezza. Del resto, a parte le palazzine del centro cittadino che testimoniano lo stile raffinato dell’epoca, le stesse fabbriche erano costruzioni di grande pregio: veri e propri “castelli” di mattoni rossi, con tanto di torri e spalti merlati, che sorgevano qua e là, imponenti e magnifici. E poi nelle industrie maggiori, nel medesimo comprensorio della fabbrica, era situata la dimora sempre sontuosa dei proprietari e le case lustre e comode degli operai. In seguito però arrivò il declino. Arrivò l’invasione nazista, la persecuzione razziale, la guerra. Allora nel ghetto di Litzmanstadt (così venne rinominata Lodz dai tedeschi), il secondo per dimensioni della Polonia ed il terzo dell’intero Reich, si ammassavano gli ebrei deportati da altre regioni, mentre dalla stazione di Radegast transitavano i convogli che trasportavano i disperati ai campi di sterminio. E alla fine, dopo il tempo delle sofferenze e dell’orrore, iniziò il lungo inverno della segregazione comunista.

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Stazione di Radegast

Oggi, a seguito della riconversione globale della città, che ha comportato un nuovo assetto urbanistico, nuove infrastrutture e nuovi insediamenti, sia operativi che residenziali, ottimizzando parallelamente la viabilità, i trasporti e i servizi, le fabbriche storiche si presentano perfettamente restaurate e riaperte per usi polivalenti, essendovi stati allestiti spazi museali, alberghieri, abitativi, amministrativi, commerciali, di svago. La più significativa di tali iniziative, sia per le dimensioni che per le innovative soluzioni strutturali e tecnologiche adottate, è stata la riconversione del complesso manifatturiero appartenuto all’industriale ebreo Izrael Poznanski e rinominato appunto Manufaktura. Esteso su una superficie di ben 27 ettari, il complesso è uno dei più grandi e attrezzati d’Europa e ospita tra l’altro quattro musei, oltre 300 negozi, una sessantina fra bar e ristoranti, un grande albergo, un centro fitness e un cinema di 15 sale, mentre, per rendere ancora più attraente la permanenza del pubblico, nello smisurato spiazzo centrale vengono organizzate di continuo, secondo le stagioni, attività sportive e di svago, come pattinaggio, skating, giochi, concerti.

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Palazzo di Izrael Poznanski, divenuta il Museo di Lodz

Come la sontuosa dimora di Izrael Poznanski, divenuta il Museo di Lodz, anche le residenze di altri ricchi industriali di una volta ora incantano i numerosi visitatori con i loro tesori e i loro segreti raccontando lo splendore di un’epoca scomparsa. Lodz del resto ha sempre mantenuto viva la sua vocazione culturale: oltre al ruolo primario svolto nel campo dell’arte, con i suoi musei, le gallerie, le avanguardie, è famosa la Scuola del Cinema che ha formato intere generazioni di registi internazionali. Ma non meno rilevante è il suo apporto nella formazione scientifica: il Politecnico di Lodz è una delle università più articolate e dotate dell’Unione Europea.

Testo e foto di Sidònio do Amaral

 

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