Fiamme sui Masuri | 2

Una delle particolarità della Polonia è quella di ospitare il maggior numero di cicogne. Questo tema ha ispirato storie e leggende, sia polacche che straniere.

Su questo argomento abbiamo scelto per voi il racconto di un italiano, Sergio Rispoli, i cui protagonisti sono le cicogne, nel quadro della magnifica zona dei Laghi Masuri e della campagna polacca.

Il titolo del racconto è “Fiame sui Masuri” e lo pubblicheremo in tre puntate. Buona lettura.

 

199074_10151153608907376_2121329510_n

Fiamme sui Masuri | di Sergio Rispoli

per leggere la prima parte clicca qui

A Zdory però di turisti non ne arrivavano. Neanche dal lago. Quelli che infatti veleggiavano sullo Sniardwy di solito puntavano verso coste più attrezzate e più pittoresche, quindi non c’erano motivi che esistesse un albergo. Ma Agnieszka mi assicurò che avremmo trovato ugualmente un alloggio, bastava che scegliessimo una casa. Non ci volle molto per esaminarle tutte. Ce ne piacque soprattutto una per la sua posizione panoramica, appena fuori il paese, benché fosse l’unica a non avere un nido. Era una modesta villetta di mattoni rossi, con il tetto a spiovente di legno, un cortile e un piccolo giardino. Io restai in macchina mentre Agnieszka bussò alla porta ed entrò. Riapparve dopo aver convinto i proprietari a cederci la mansarda, che era grande e luminosa, accordandosi per una somma che al nostro cambio risultava bassissima e che comprendeva anche la prima colazione.

I proprietari erano un giovane operaio e sua moglie. Ci vivevano con le loro due bambine, un cane, dei polli e qualche coniglio. Per ospitarci la donna aveva pulito a fondo e messo in ordine tutta la casa, ci aveva organizzato in soffitta una dignitosa stanza da letto, e per farci sentire a nostro agio si faceva vedere il meno possibile. Anche al mattino, quando scendevamo in cucina e trovavamo la tavola apparecchiata per noi, lei si limitava a darci il buon giorno e si affrettava a scomparire. Rimanevano le bambine, che ci stavano a guardare in silenzio, e il cane, una specie di maialino con due enormi orecchie. Ci contemplavano con diffidenza, me in particolare che non parlavo la loro lingua. Però dopo un paio di giorni la più grande trovò il coraggio di chiedere ad Agnieszka se potevano portarmi in cortile, volevano mostrarmi qualcosa di cui sembravano particolarmente orgogliose. Così le seguii, mentre loro, adesso che l’amicizia era fatta, non la smettevano di parlarmi in polacco, anche se di quei discorsi non afferrai che l’ultima parola, quella che scandirono in coro allorché arrivammo in un capanno, davanti a una cassa di legno: krulitza. Era una coniglia. Una gigantesca coniglia. Incinta. La più mastodontica che avessi mai visto. Era tanto pesante che non riuscii a sollevarla, cosa che divertì molto le bambine. Mi ci portarono pure le mattine seguenti perché ci riprovassi, in un giro che comprendeva la visita ai pulcini e si concludeva in un angolo del giardino, da cui si poteva a vedere un nido di cicogne con due piccoli dentro, su un tetto più a valle.

L’uomo compariva solo di sera, quando rientrava dal lavoro. Ci spiegò che doveva recarsi tutti i giorni lontano da Zdory, perciò non aveva mai tempo di occuparsene, e tantomeno sua moglie, che doveva pensare alle figlie e a tutto il resto. Certo, gli avrebbe fatto piacere ospitarne una famiglia. Capitava tutti gli anni che in primavera, quando ritornavano le cicogne, qualcuna si fermasse sul suo tetto ad aspettare, ogni giorno per un bel po’. Ci disse che facevano così per capire se sarebbero state accettate o meno, aspettavano dagli abitanti della casa un gesto incoraggiante, un invito. Mettersi a costruire un nido era una fatica che avrebbero affrontato solo per una sede sicura e definitiva, d’altro canto non potevano farlo mantenere in bilico a cavallo di un tetto senza un aiuto. Era ciò che aspettavano dagli abitanti. Una piattaforma di legno sulla quale appoggiare la costruzione. Se constatavano che nessuno si faceva vivo per installargliela, ci rinunciavano e cominciavano a cercare altrove.

Sul lago, a pochi chilometri, avevamo trovato un’incantevole insenatura che si apriva in un bosco di abeti, e ci andavamo tutte le mattine a nuotare. L’acqua era cristallina, non lontano da noi incrociavano nidiate di cigni. Dopo il bagno ci asciugavamo sull’erba, nelle macchie di sole fra gli alberi. Fra i tronchi filtrava il verde smagliante di una prateria che si stendeva accanto al bosco. Era là che ci spingevamo per vedere le cicogne. Tenendoci a distanza osservavamo le loro movenze solenni e leggere che sembravano ispirate da una pratica di meditazione. Si spostavano lentamente, misurando i passi, con un’andatura sicura che rivelava un equilibrio di serenità ed esperienza. E quando prendevano il volo si alzavano con uno slancio morbido, aprendo le grandi ali con la leggiadria di una figura di danza, poi le zampe, il collo e il becco si allineavano, si allungavano e diventavano tesi come una freccia nel cielo. Sparivano veloci nelle correnti lasciandoci con il desiderio della libertà sconfinata che si prova nei sogni.

Tornando dal lago passavamo per una tenuta agricola che ospitava ben quattro nidi, due sulla casa padronale e gli altri sugli annessi. Il proprietario ne era fiero e sapeva tante cose sulle cicogne. Ci mostrò un vecchio nido sul tetto. Era stato ricostruito dopo l’incendio che una decina d’anni prima l’aveva distrutto con l’albero che lo sosteneva. Ci morirono bruciati due piccoli, eppure i genitori decisero di non abbandonare quel posto. Specie quando si accorsero che, oltre ad aver montato una pedana di legno sul tetto di casa sua, l’uomo stava intrecciando delle fascine. Finirono per rifarne uno nuovo insieme. Da allora altre tre famiglie si erano installate nella proprietà, diverse generazioni di cicogne erano venute alla luce in quei nidi. Naturalmente essi appartenevano sempre alle stesse coppie, che quando ci tornavano in primavera li rimettevano in sesto, li miglioravano e ci covavano le uova. I loro nati diventavano adulti prima del grande viaggio migratorio di fine estate, e l’anno successivo avevano già cessato di stare con i genitori.

Il fattore c’intratteneva coi suoi racconti che Agnieszka mi traduceva. Per esempio parlò della vigilanza necessaria per impedire che altre cicogne venissero a nidificare nei comignoli. A volte succedeva ai paesani di trovarne qualcuna che l’aveva fatto a loro insaputa, quindi essi non potevano far altro che aspettare fino al momento della partenza per spostare il nido, prima di riaccendere il fuoco agli inizi del freddo. Raccontò anche delle cicogne che si preparavano a lasciare i Masuri. Erano i giorni in cui si riunivano nei prati, in gruppi sempre più numerosi, e provavano le formazioni di volo, poi si trasferivano nei luoghi di adunate maggiori, in cui confluivano da varie località. In quelle giornate scompariva ogni abitudine di vita domestica e la loro individualità si annullava in una disciplina comune. Quando lo stormo raggiungeva la composizione definitiva, riempivano il cielo. Nelle ultime esercitazioni sorvolavano a più riprese tutta la regione come un’immensa ala triangolare, infine partivano per la traversata. Restavano a terra solo gli esemplari più deboli, i vecchi, gli ammalati, quelli che non ce l’avrebbero fatta a viaggiare per migliaia di chilometri. Tutti loro venivano finiti a colpi di becco. Era l’atto di misericordia delle cicogne, affinché non fossero destinati a soccombere da soli nel gelo dell’inverno.

Verso sera attraversando il villaggio ci fermavamo a guardare sui tetti delle case le famiglie ormai al completo. Prima del tramonto lassù si svolgeva una curiosa cerimonia. Non appena rientrati, gli adulti si affacciavano dal nido e producevano un rumoroso ticchettio con il becco. Era un serrato battito di mandibole che si ripeteva a intervalli, un crepitio che risonava da un tetto all’altro come un concerto di nacchere. Da lassù le cicogne scaricavano il loro insistente messaggio rivolgendosi intorno, forse agli abitanti degli altri nidi, agli animali dei cortili, ai passanti. Poteva sembrare un avvertimento, un richiamo, oppure una sorta di applauso, una forma rituale di ringraziamento. Non chiedemmo mai una spiegazione al fattore, né in seguito ci ricordammo di documentarci in proposito. Allora ci bastava immaginare che fosse semplicemente l’orgoglio di far sapere al mondo di trovarsi di nuovo a casa.

Invece di notte, quando rientravamo a Zdory dopo la cena che ci spingeva lontano, in centri più grandi come Pisz o Orzysz, sul popolo delle cicogne era calato il silenzio. Nella passeggiata che facevamo per il villaggio prima di ritirarci, scorgevamo sui tetti le loro figure addormentate, simili a grandi fiori piumati dagli steli sottili. Galleggiavano in alto, nei loro canestri d’ombra su cui aleggiava un’atmosfera immobile, magicamente sospesa. Mentre altrove, qua e là, piccoli bagliori sfuggenti si accendevano nel buio, vicino ai cancelli, dietro le piante, nelle fronde. Lumicini fosforescenti che sfidavano l’oscurità, occhi di gatti, civette, gufi, barbagianni. A un certo punto del tragitto dai rami di un grosso albero un allocco bianco registrava il nostro passaggio sgranando due fanalini di gialle incandescenze. Raggiungevamo le ultime case del paese senza incontrare quasi mai nessuno, eppure ci sentivamo spiati da sguardi furtivi per tutto il tempo. Tornando indietro, nella villetta di mattoni rossi le luci erano spente. I suoi occupanti dormivano, tranne il cane grassoccio dalle enormi orecchie che ci aspettava davanti all’ingresso. Scodinzolava per qualche istante, poi spariva nel capanno della krulitza. Dalla finestra della nostra mansarda s’intravedevano in basso alcuni tetti con i loro pennacchi di piume contro la macchia nera del lago. Nonostante le grida delle creature notturne, una grande calma si avvertiva nell’aria, un’inspiegabile sicurezza: poteva sembrare che fosse il sonno delle cicogne a distendersi sul paesaggio come un velo protettivo.

Il racconto continua…

Copyright Sergio Rispoli

POLONIA PER TE | Tutti diritti riservati

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...